Esportare in Brasile: ecco le trappole

Brasile, Brasile, Brasile… sembra un ritornello che risuona tra convegni, seminari, workshops e rapporti di istituzioni pubbliche e private.Sembra una moda assoluta e imperante che va seguita a prescindere dalla reale convenienza, come é stato una trentina di anni fa per l’Europa dell’Est e piú tardi per la Cina.

Non c’è nulla di strano, anzi: il Brasile è una potenza emergente solo di nome, perché in effetti si tratta di un paese di dimensioni continentali, che cresce, si modernizza e produce da decenni… insomma è emerso da molto tempo. La differenza è che la congiuntura politica e finanziaria internazionale e la costante ricerca di nuovi mercati lo ha scoperto e, anche grazie alla istintiva simpatia che genera ad ogni latitudine, brillantemente cavalcata sui media internazionali dall’ex presidente Lula, in pochi anni il Paese è diventato una specie di eldorado per chi intende internazionalizzarsi.

Forse risiede proprio in questo entusiasmo, talvolta eccessivo e superficiale, il maggior numero di pericoli per gli imprenditori nostrani, cioè le PMI, con i loro pregi e i loro difetti strutturali.

Si tratta di un Paese molto peculiare, sia amministrativamente che politicamente: taluni sostengono che sia un miracolo il fatto stesso che i 27 Stati che compongono la Federazione stiano insieme e che il Brasile sia un paese unito.

Intanto va detto che sin dalla sua creazione come colonia portoghese, nel XVI secolo, il collante amministrativo che ne assicurò il governo furono le Regie Dogane Portoghesi, e sino ai giorni nostri sopravvive la mentalità secondo la quale chi importa è sospetto di contrabbando sino a che non sia lui a provare il contrario.

Il Brasile infatti è maestro nel creare barriere non tariffarie per limitare e rendere complicata l’entrata di moltissimi prodotti, e lo fa senza tanti scrupoli “politicamente corretti ‘ come invece accade nell’Unione Europea.

Il Governo Brasiliano può decidere in poche ore un provvedimento di ritorsione contro un altro paese quando si sente penalizzato ingiustamente da questo a causa di misure amministrative e/o doganali e non esita a denunciare in ambito internazionale Stati Uniti o Unione Europea, quando misure protezionistiche vengono create a discapito delle esportazioni brasiliane.

Sono infatti le c.d. barriere non tariffarie, tra le quali la farraginosità e complessità della struttura tributaria e doganale il pericolo maggiore per le aziende che intendono esportare in Brasile.

A questo vanno aggiunti comunque dei dazi mediamente molto alti e le interpretazioni spesso diametralmente opposte delle leggi e dei regolamenti date da ciascun stato-membro, e spesso da ciascun ufficio doganale, su tematiche doganali.

Prevedere le lungaggini burocratiche all’arrivo della nave,  saper quantificare i costi indiretti derivanti dalle soste in porto, dalle detentions dei contenitori, la necessità di conoscere in dettaglio la classificazione doganale dei propri prodotti, sono solo le prime cose che un imprenditore che esporta in Brasile deve conoscere.

Non bisogna sottostimare voci come movimentazione dei contenitori in porto, magazzinaggio doganale, svuotamento e restituzione dei vuoti, demurrages, magazzino generale, onorari dei dichiaranti doganali e relativi fees aggiuntivi, camionaggio e tasse diverse: si tratta di  trappole di cui dobbiamo conoscere la pericolosità in termini di costi diretti, anche se le tariffe sono di difficile lettura, e indiretti come i ritardi, mancate consegne ai clienti, perdita di contratti, multe, ecc..

Non è corretto pensare che per il mero fatto di vendere EXW o FOB porto italiano, i problemi dell’azienda esportatrice finiscano, perché direttamente o indirettamente l’affanno e gli imprevisti che l’importatore brasiliano dovrà affrontare, ricadranno sul venditore sottoforma di richiesta di sconti, partecipazione alla copertura finanziaria di spese impreviste, eccetera.

Conoscere per prevenire si potrebbe dire. In tal senso gli spedizionieri italiani presenti in Brasile con proprie strutture possono essere di grande aiuto (purché non siano di quelle strutture giganti dove è difficile riuscire a parlare due volte di seguito con la stessa persona), così come alcuni consulenti – specializzati in una o più discipline – il cui costo sarà sempre minore di quello derivante da un errore nell’emissione dei documenti o dall’eccesso di fiducia nei confronti di un partner locale.

Bisogna affidarsi a esperti di settore e di zona, visto che come abbiamo detto quando si parla di Brasile in verità parliamo di molti Paesi diversi in uno solo. Bisogna affrontare le difficoltà con lo spirito di chi ha le carte in regola e conosce le regole e non pensare di risolvere i problemi con cene, ammiccamenti di vario genere, promesse di aiuto, richieste di commissioni più o meno lecite, ecc.. La caipirinha e la samba si potranno godere a business concluso, non prima!

Luca Locci è consulente d’azienda in Brasile, dove è stato titolare di una societá di spedizioni e logistica per 16 anni. Ë laureato in Scienze Politiche Internazionali e master in Commercio Estero. Direttore Esecutivo della Camera di Commercio Italo-Brasileira de São Paulo, è consulente dell’Istituto Nazionale per il Commercio Estero e membro del G.E.I. Brasile (Gruppo Esponenti Italiani, sodalizio esclusivo che riunisce imprese / imprenditori che rappresentano circa l’80% dell’investimento italiano in Brasile). Scrive e collabora con diverse entità e pubblicazioni ed è spesso in Italia per tenere conferenze e seminari sul Brasile.